Protetto: Cos’è l’amore?

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Il Mio Primo Bacio

L’ho conosciuta alle scuole medie, era in classe con me. Non volevo ammettere quanto fosse bella, forse perché sapevo che non la potevo avere. Forse era bella perché in prima media eravamo ancora tutti ragazzini ma lei aveva già le sue forme. Ma non era solo per quello: il suo modo di parlare, italiano perfetto che nella regione in cui vivo non è diffusissimo, e poi era di una dolcezza incredibile. Era di carnagione scura, con capelli che più neri non ne avevo visti se non tinti. Li portava corti fino alle spalle, mossi perché di natura li ha così. Era la tipa da jeans, shirt e sneakers. Le forme che si intravedevano da quella shirt avevano fatto perdere la testa ad almeno mezza scuola.

Non ho avuto bisogno di rompere il ghiaccio dato che era in classe con me, e in un modo o nell’altro ci si conosce tutti. Io con lei facevo lo stupido, come se non me ne fregasse niente, ma in realtà ogni volta che le parlavo, anche per chiederle una gomma da cancellare, avevo il cuore a mille. Lei però lo capiva benissimo, fatto sta che mi prese a cuore sin dai primi mesi di scuola: aveva capito che non ero il classico “sempliciotto” di paese ma un ragazzino molto emotivo e sensibile. Ed all’epoca, era questo che le donne, ragazze, ragazzine, cercavano. Non come oggi.

Una mattina, prima di scendere di casa per avviarmi a scuola, suonò il campanello della villa di mia nonna con la quale vivevo all’epoca. A quell’ora non suonava mai nessuno; al massimo girava per le strade il classico fruttivendolo di paese ma mi accorgevo del suo arrivo almeno dieci minuti prima, a causa del volume del megafono attraverso il quale urlava cosa c’era di conveniente e fresco quella mattina. Fu mia nonna ad affacciarsi per vedere chi era, e credetemi: è sempre stata mia complice in tante cose. Sapeva che mi piaceva quella ragazzina, e appena l’ha vista li che chiedeva di me, mi è venuta a chiamare dicendo: “Sbrigati, ti è venuta a prendere! Ti sta aspettando!”. Io quasi non ci credevo.

Iniziai subito ad immedesimarmi nel personaggio “figo e strafottente”, anche se in quei panni non riuscivo proprio starci: ero goffo. Lei lo sapeva. E sorrideva. Ci incamminammo verso scuola parlando del più e del meno, in compagnia anche di altri ragazzini che incrociavamo per strada. Qualsiasi cosa lei dicesse io non facevo altro che pensare al fatto che stavo li, per strada, passeggiando al suo fianco. Da quella mattina in poi iniziai a svegliarmi col sorriso, perché sapevo che quel campanello avrebbe suonato, e risuonato.

Ogni volta che arrivavamo a scuola, però, la vedevo che baciava un ragazzo di terza, il suo ragazzo. Lei aveva già dato il suo primo bacio, il vero primo bacio. E questo faceva in modo che io la vedessi su un piedistallo sul quale non sarei mai potuto salire insieme a lei. Li guardavo da lontano mentre si baciavano, quasi come se stessi guardando un documentario su qualcosa di mai visto, di strano, come il parto di un mammifero. In fondo non avevo mai baciato, ne tantomeno i miei compagni di classe che allora erano i miei amici. Quando arrivava quel momento, il momento in cui baciava il suo ragazzo, tutto il mio entusiasmo veniva meno, ma non perché il suo cuore era già occupato, ma per il semplice motivo che mi sentivo piccolo per quelle cose, incapace, senza esperienza.

Dopo due anni e mezzo, la situazione non era cambiata. Lei mi piaceva sempre, ma il mio entusiasmo non era più il solito: sapevo che non avrei avuto mai speranze. Di conseguenza iniziai a provare a vederla come un’amica. Capitava di vederci anche fuori dal contesto scolastico, ma sempre insieme ad amici, magari a qualche festa di compleanno.

Le feste di compleanno erano i momenti dell’anno che aspettavo di più! Per me era come andare in un nuovo parco divertimenti ogni volta. L’emozione era forte. La musica, le “ragazze”, il gioco della bottiglia (a cui non avevo quasi mai partecipato).

Fu proprio ad una festa che presi un attimo da pausa dal delirio totale (all’epoca era delirio), e mi sedetti su una panchina. Rimasi solo per un po’ e credo che a quel punto, complice una mia compagna (la festeggiata se non erro), lei si avvicinò a me, e d’improvviso dopo poche frasi di circostanza, mi disse: “Hai mai baciato?”. Io ero pietrificato di fronte ad una domanda del genere ma nello stesso tempo contento perché già immaginavo che quella frase avrebbe forse potuto portare alla realizzazione di quello che all’epoca era il mio sogno. Insomma, mi chiese se avessi mai baciato qualcuno, e le risposi di no.  Si avvicinò e mi baciò. Lasciai fare a lei perché ero inesperto e imbarazzato. Fu una cosa molto fisica: ero concentrato a fare bella figura, a non risultare un imbranato totale, ma era difficile concentrarsi con la tachicardia! Durò pochissimo.

Quando le nostre labbra si staccarono, io chiesi imbarazzato: “Come sono andato?”, lei rispose, con tono di chi ti vuole dare un consiglio e non di chi ti vuole criticare, che la prossima volta avrei dovuto aprire di più le labbra perché le avevano dato fastidio i denti. Avete capito? No, non la questione dei denti, ma bensì “la prossima volta”. Si, ci sarebbe stata un’altra volta, e un’altra ancora dove le nostre labbra si sarebbero incontrate.

Al ritorno della festa, realizzai cosa mi era accaduto, ed ero il ragazzino piu felice del mondo. Avevo dato il mio primo bacio alla ragazza che più mi piaceva in assoluto che avevo sempre visto come una cosa irragiungibile. Stavo tornando a piedi a casa dalla festa, era quasi mezzanotte, e lanciai un urlo! La notte ovviamente non dormii e non vedevo l’ora di alzarmi, aspettare il suono di quel campanello, e andare con lei a scuola. Stavolta senza entusiasmi smorzati: ero io quello di terza stavolta, il suo ragazzo.

 

Tra un drink, una lacrima e una figura di…

Questa riflessione nasce durante il mio ritorno a casa, un venerdì di febbraio, in cui mi sono ritrovato nella movida della mia città, non so neanche di preciso come. Abiti casual/eleganti indossati con la mia solita insicurezza (saranno appropriati per questa sera?), ma accompagnati dai calzini di Capitan America, lì sotto i pantaloni, che non si vedono, ma un po’ come un tatuaggio nascosto ti ricordano chi sei. 

Le persone si lamentano di non essere felici (apparentemente) tanto da essere riuscite a farne nascere un tormentone: “Mai ‘na gioia!”. E se la gioia c’è ma non riuscite a gestirla? Può sembrare banale ma vi faccio subito capire di cosa sto parlando.

Sapete ormai che ruolo ricopre l’amore nella mia vita. E quindi mettiamo che io abbia “una gioia”, che incontri una persona che mi piace, che ritengo avere tante cose in comune con me; che mi piace esteticamente, caratterialmente; che l’attrazione mentale che nasce in me nei suoi confronti è paragonabile al magnetismo terrestre; che nonostante io la veda ad un livello ben più alto rispetto al mio lei mi da corda e mi dedica anche più tempo di quel che avrei potuto immaginare; che abbia la chimica per farmi innamorare, ecco. Mettiamo che arrivi questa gioia, come la si gestisce?

Non sono pippe mentali miei signori, perché ci sono tanti fattori che vanno a rompere le scatole in un sistema apparentemente perfetto.

Partiamo dal fatto che sono una persona poco paziente e vuole subito capire cosa c’è, o almeno cosa ci può essere tra me e lei… anzi quello no, non si può. Solo col tempo si può. Sono una persona che vuole capire, allora, che intenzioni ci sono da entrambe le parti… ma neanche quello si può perché se non si conosce qualcuno come si deve, certezze non ce ne sono. Ma le certezze sono il mio carburante. Il carburante di ogni persona ansiosa, soprattutto se diventata tale a causa della mancanza di certezze nella vita, a causa della mancanza della c.d. “Spiaggia sicura” in famiglia, quella persona o luogo dove rifugiarsi quando tutto va male che ti fa dimenticare e spesso superare tutte le difficoltà.

Ok niente certezze. Mi pare anche logico se contiamo che questa persona potrei conoscerla davvero da poco. Mh.. e se quindi la stessi idealizzando? Potrebbe capitare come è capitato tante volte in passato, solo perché ho voglia di innamorarmi: vedevo ciò che volevo vedere ma in realtà non c’era! Ma no, non può essere così perchè ho conosciuto tante persone di recente e abbiamo condiviso tanti momenti, di tante tipologie diverse. Quindi se così fosse mi sarei dovuto innamorare almeno una decina di volte in questi mesi. E quindi? Cosa c’è di speciale? Se fosse veramente la persona giusta?

Beh in tal caso dovrebbe capitare anche al momento giusto. E se il momento è giusto per me magari non lo è per lei. E potrebbero anche avermelo detto ma magari sono anche il tipo che crede di riuscire ad affrontare questi ostacoli come se dipendessero da me. Che pensiero assurdo! Ma se fosse lei? Allora vale la pena fare sacrifici? Ad esempio abbattere le mie barriere dovute all’ansia e prendermela a costo di stare anche male?

Eccolo il passato che bussa alla porta, sempre col solito discorso: “Augusto, in passato hai già ragionato così! E come ti sei ritrovato te lo ricordi? Con ragazze di 7-8 anni più piccole di te che d’improvviso cambiavano mentalità, sbocciavano, avevano voglia di fare nuove esperienze mentre tu le idealizzavi e pensavi già ad un futuro solido”.

Hai ragione “passato”, ma proprio tu mi hai fatto fare queste esperienze e grazie a te ho imparato tanto no? Quindi questa volta potrei averci visto giusto (sempre nel caso questa gioia fosse arrivata).

Il problema è solo uno a questo punto: vale la pena rischiare? Le risposte però non sono due (si/no) o più, come potete immaginare. La risposta è solo una: se ci si sta pensando così tanto ci si è già dentro.

Sto già rischiando.

Il Romanticismo ai giorni nostri

Credevo di essere nato nell’epoca sbagliata, perché ai giorni nostri l’amore sembra aver perso la sua importanza. “Qual è per te il senso della vita?” mi chiedevano, e la mia risposta è sempre stata la stessa: “L’amore. Ed in particolare verso il proprio partner”.

Mi sono sempre visto come un romantico. Per me il partner deve essere un complice e capirmi con uno sguardo; deve essere trasportato dai sentimenti che prova verso di me quando affronta una difficoltà; la difficoltà, anche se di uno solo dei due va affrontata insieme perché insieme si risolve tutto, o almeno si hanno più possibilità di risolvere; ho sempre pensato che bastasse l’amore vero tra le due persone per poter dare vita ad una famiglia; che il sesso fosse una delle massime espressioni dell’amore, anche se non la più grande, e che se non c’è sesso c’è qualcosa che non va; che non si cambia per l’altra persona perchè ci si ama per ciò che si è, perché quando ci si è incontrati è bastato guardarsi e parlare per far nascere quell’attrazione che ci ha fatto capire che quella persona potrebbe essere quella giusta.

La conclusione che ho sempre tratto è quella di essere nato nell’epoca sbagliata, dove il romanticismo non esiste più, dove l’amore non ha più quell’importanza. Sembra essere diventato tutto un gioco, una sfida: se io lo rispondo subito allora sono debole. Se lui fa cosi e gli do corda allora divento uno zerbino. Devo essere il più forte della coppia per non soffrire. In amore vince chi fugge. E così via.

Ultimamente sto rivedendo questa mia conclusione: e se non fosse l’epoca sbagliata ma fossi sbagliato io, in un certo senso? Mi spiego: se il romanticismo in realtà, cosi come descritto, fosse una cosa che va lasciata ai poeti perché la vita di coppia nella realtà è molto più materiale di quello che crediamo? Ciò non significa mettere da parte l’amore. Proviamo ad analizzare questo aspetto.

Partiamo con lo scegliere la persona giusta: effettivamente che c’è di male se, oltre al cuore, sia anche il cervello a decidere? Anzi soprattutto il cervello. Capire quali possono essere le compatibilità con una persona non è qualcosa che denigra i sentimenti che potranno esserci in futuro. Comprendere se il mio stile di vita può essere compatibile con il suo, facendomi i relativi calcoli, non può far altro che aumentare le probabilità che quella persona sia quella giusta. Spesso si crede che parlare di cose materiali, come ad esempio i soldi (più materiale di questo…) sia qualcosa che sminuisca il significato di coppia!

Si crede che stare ore a discutere per una sciocchezza sia sintomo che qualcosa non va quando in realtà non fa altro che portare sicuramente a delle conclusioni sull’argomento, positive o negative che siano, e aumentano il livello di tolleranza. Un grande errore è quello di pensare che nella persona che ho accanto devo necessariamente trovare un’amante, una fidanzata, un’amica, una confidente, una spalla su cui piangere, una compagna di divertimenti; in realtà se pretendo di trovare tutto nella stessa persona è quasi certo che rimango deluso. E tutto sommato, non è neanche giusto che quella persona debba rappresentare ogni figura affettiva.

Risolvere i problemi in due è forse un modo che io vorrei fosse attuato perché probabilmente mi fa sentire più unito a quella persona, e probabilmente non è su questo che si basa l’amore: una persona probabilmente ha la necessità di superare alcuni ostacoli da sola. Come ha bisogno di avere i propri segreti: nella mia visione d’amore ho sempre pensato che non ci debbano essere segreti in una coppia ma probabilmente mi sbaglio, probabilmente ognuno di noi ha dei segreti ed è giusto che ci siano, l’importante è che si agisca sempre nel rispetto e nella lealtà.

Forse devo cambiare la mia visione di romanticismo? Probabilmente tutto ciò che si legge nelle poesie, che poi hanno dato vita a romanzi e capolavori cinematografici, non è applicabile alla realtà. In quest’epoca sicuramente no, ma probabilmente anche nel fior del romanticismo vero e proprio.

E’una delle pubblicazioni di Alain de Botton che mi ha fatto riflettere su questa cosa. Vi lascio alla visione di un breve video riassuntivo.

http://www.internazionale.it/video/2016/10/07/romanticismo-rovina-amore

Voi cosa ne pensate? Epoca sbagliata o semplicemente bisogna essere più concreti nell’amare qualcuno e costruire qualcosa?

Buona visione.

 

È giusto essere sempre se stessi?

Chissà Pirandello cosa penserebbe di Facebook, il luogo dove più di tutti si appare per quello non si è. Più di quanto ciò accada già nella vita reale, quella fatta di persone che parlano, che si guardano negli occhi, che si toccano. Ma non è Facebook il centro di questo mio intervento ma una piccola riflessione giusto per iniziare. 

Immaginate di conoscere una persona, di stare proprio lì per iniziare la conoscenza con questa persona. Non sapete niente di lei e quindi lo strumento che più di tutti avete a disposizione per poterla conoscere è la parola, che sarà quello che utilizzerete almeno all’80% lasciando il restante 20 al sesto senso, agli sguardi, alle ipotesi, all’immaginazione. 

Scoprite di essere quasi subito interessati a questa persona dopo averci scambiato qualche frase. E allora cosa fate? Ovvio: cercate di tirare fuori il meglio di voi, come del resto lo avete già fatto vestendovi in maniera adeguata per il luogo, l’orario e l’evento in cui siete. E questo vostro “far apparire il meglio” è una delle cose più false e sbagliate che si possa fare, brutte, come probabilmente lo è l’abito che avete scelto ma la società lo richiede e quindi lo indossate. E indossate questi paroloni, questo ridere a battute che poco hanno di esilarante, questo “vero, anche io!” che di vero ha poco e niente. Indossate una maschera destinata ad infrangersi prima o poi. 

E poi siete lì, dopo mesi che ormai è iniziato qualcosa di più di un’amicizia tra voi due, e vi rendete conto che quei primi giorni avete detto e fatto solo una marea di cazzate per apparire… Ma okay, torniamo al succo della questione: oggi funziona così. Probabilmente ha sempre funzionato così ma oggi ancora di più. È l’età dei figuranti, come dice anche il caro Caparezza. 

Certo non si può essere finti al 100% altrimenti è inevitabile che appena ci si conosce di più esce fuori tutt’altra persona. Un cattolico che ha finto di essere testimone di Geova pur di andare a fondo. Un “mangioditutto” che dice di essere vegano come la persona a cui è interessato. 

Il brutto però è che non si può essere neanche se stessi al 100%. Oggi come oggi sarebbe addirittura peggio di quanto ho appena descritto! Sei una persona che impreca? Anche se ti sta uscendo dall’animo in quel momento non lo farai mai. Sei una persona che parla più dialetto che italiano? Beh se l’altra non lo è allora tendi a parlare più italiano possibile. Sei una persona che crede nell’amore, nell’affetto, nelle parole ma l’altra persona magari è una di quelle che non si lascia leggere dentro? Allora tendi a fare un po’ lo stronzo per omologarti alla situazione. Magari per evitare fin da subito di soffrire, perché l’altra persone si legherà di più facendo così. 

E si entra in quella classica voragine senza fine innestata da questa società del “in amore vince il più forte” comunemente rinominata dalle nuove generazioni “in amore vincono le due spunte blu senza risposta”. Il concetto è quello. 

Rispondo? Ma se rispondo ora non è presto? E cosa rispondo? Aspetto che mi contatta lui/lei? Questa battuta sarà troppo squallida? Io già l’ho invitato/a due volte ora tocca a lui/ lei. Ma perché oggi non mi ha dato il buongiorno? È così via fino alla fine. E per fine intendo che finirà perché sono due maschere che stanno insieme, non due volti con tutte le rughe annesse. E ricordate, sono le rughe a rendere bello, vero e autentico un volto. Altrimenti saremmo tutti dei manichini

Pensateci: se tutti fossimo noi stessi, e facessimo tutto ciò che semplicemente ci sentiamo di fare durante una conoscenza, probabilmente parecchie persone ci manderebbero a cagare o comunque ci renderemo conto che tante persone non fanno per noi, ma poi quando troviamo quella con cui nonostante non fingiamo stiamo lì a ridere, e il tempo vola, probabilmente potremo affermare di aver trovato un tassello autentico per quel che è il mosaico della felicità che tutti cerchiamo di costruire, spesso invano. 

E vi chiedo allora: quanto bisogna essere se stessi e quanto invece bisogna limitarsi in determinati ambiti caratteriali quando si conosce qualcuno che potrebbe interessarci?

Sono curioso di sapere la vostra. 

Playlist di Marzo. This is my mood.

Ho deciso di condividere con voi la playlist che mi sta accompagnando in queste settimane. Non sono settimane facili quindi il mood è indubbiamente basso e profondo.

Se vi piace fatemelo sapere. Ne pubblicherò altre.

Buon ascolto.

  • James Vincent McMorrow – Wicked Game Pezzo fantastico, e lo è sempre stato anche coverizzato (e credetemi, manca solo la versione orchestrale di questo pezzo). Questa cover l’ho scoperta da poco perchè fa da background al trailer della sesta stagione di Game Of Thrones.
  • Paolo Nutini – Candy Un pezzo come questo è assolutamente il linea con questo mood. L’avevo rimossa, ma poi un mio amico ha preso la chitarra e ha iniziato a cantarla e suonarla qualche sera fa. Mi sono innamorato nuovamente di lei.
  • Lorde – Everybody Wants To Rule The World Anche questa una cover di un pezzo famosissimo, che ha fatto storia. Lorde lo ha stravolto, e si inserisce a testa alta in questa playlist.
  • Elisa – The Big Dipper Altro brano scoperto per caso. Parto con un pezzo e poi vanno avanti in automatico mentre si lavora, fin quando le orecchie non notano qualcosa di valore. Ed ecco The Big Dipper.
  • Ed Sheeran – One La prima traccia dell’ultimo album di Ed. E se l’album inizia cosi, beh, immaginate il resto. Grande pezzo.
  • Boyce Avenue – Game Of Thrones (Main Theme) L’unica cosa brutta di questa fantastica reinterpretazione è che dura davvero poco. Ma basta a farti venire i brividi.
  • Cesare Cremonini – Padremadre (unplugged) Credo di non aver mai sentito cosi tanta espressione, sentimento, cosi tanto “essere stessi” in un’unica canzone. Credo il lavoro più bello di Cremonini.
  • Giorgia – E Poi Ho riscoperto anche grandi classici del genere con questa playlist. Perchè non inserire il pezzo dove Giorgia, insieme a “Di Sole E D’Azzurro e Gocce Di Memoria” esprime al meglio se stessa? Ti coinvolge davvero tanto.
  • Paul McCartney – My Valentine Una sola frase descrive al meglio questa canzone: “Amore Puro”. Guardate assolutamente il video, altrimenti chiudete gli occhi e lasciatevi trasportare da quest’atmosfera surreale.
  • The Weeknd – Dark Times Ascoltata per radio mi è subito entrata dentro. C’era qualcosa di magico, poi ho scoperto che è un featuring con Ed Sheeran.
  • Johnny Cash – Hurt Uno dei pochi pezzi che conosco di Cash, ma sicuramente, da quanto leggo, uno dei più belli che abbia mai fatto. Che voce.
  • Awolnation – Sail E ci si butta nella perdizione più totale. Le parole non servono, alzate semplicemente il volume.
  • Antoine Dufour – Hide & Seek Si, siete tutti innamorati della voce e dell’effetto di Imogen Heap. Ma se a “cantare” fosse una chitarra?
  • Mogwai – Hungry Face Post rock direttamente dalla serie tv francese “Les Revenants”. Soundtrack fantastica, questo è il pezzo che esprime più di tutti gli altri l’atmosfera giusta per questo mood.

 

Analisi introspettiva di un 15

Perdiamo cosi tanto tempo ad analizzare cosa c’è intorno a noi, positivamente o negativamente, che spesso non sappiamo neanche cosa c’è dentro di noi, cosa vogliamo, cosa possiamo, chi siamo. Ogni tanto bisogna fermarsi a fare una sorta di analisi introspettiva. Capire se stessi aiuta a capire meglio il mondo e soprattutto a vivere meglio.

Si probabilmente è una cazzata perchè la maggior parte delle persone, quell’85% degli abitanti della terra che non sanno cosa siano le emozioni o l’ansia o l’emotività o l’empatia, probabilmente vivono molto meglio del restante 15% senza fare nessuna analisi introspettiva o nessuna domanda esistenziale. Come si dice: “Beato te che non capisci un cazzo!”. Ecco perchè a volte vorrei essere un ignorantone di quelli pesanti, che si alza la mattina alle 6 per andare a zappare la terra e l’unico pensiero è quello di capire quali sono durante l’anno i tempi del raccolto. Senza offesa verso i contadini, lavoratori meritevoli del rispetto più assoluto.

Appartengo purtroppo al 15%. Potrei dire “per fortuna”! Ma non lo faccio nonostante i tanti lati positivi. Ma quelli negativi, ragazzi, sovrastano tutto. E’ scientificamente provato  che se le emozioni si potessero quantificare, noi proviamo il doppio delle emozioni che provano gli 85 (chiamiamo cosi da ora in poi questa grande percentuale di “persone che non si fanno problemi”). Significa il doppio della tristezza, il doppio dell’ansia, il doppio della paura, il doppio delle fobie, il doppio del tempo a chiedersi cosa sia giusto o meno. Proviamo anche il doppio della gioia, dell’entusiasmo, dell’amore! Ma non è un modo per avere il doppio della malinconia e delle paranoie quando non siamo in un periodo “up” e pensiamo a voler stare bene? Quindi non c’è parità, i conti tornano con ciò che ho scritto su.

Benedetta analisi, tocca a te.

Ansioso. E’ il termine che più mi rispecchia. Quel lontano ottobre del 2005 fu una condanna, e tutt’ora non riesco a spiegarmi perche tutto insieme. Un mese intero passato a letto dal momento in cui aprivo gli occhi fino a quanto li chiudevo la sera. Sempre stanco, senza forze. Poi è iniziata quella fottuta adrenalina a tormentarmi ogni giorno, come se ogni secondo stessi per affrontare la discesa più alta delle montagne russe per la prima volta. Non mi lasciava in pace mai! Solo quando dovevo fare qualcosa che mi metteva ansia perche a quel punto ero abituato ad averla e quindi per me era come affrontare la vita di tutti i giorni. Non c’era differenza tra stare a casa sdraiato e dover affrontare l’esame di diritto pubblico. Sono iniziati i dolori intercostali e la mancanza di respiro. Poi la depressione fino ad arrivare alla voglia di non voler esistere piu, che a tratti si stava per trasformare in realtà. A distanza di 10 anni c’è poco di tutto questo. E’ rimasto un semplice dover affrontare tutto quello che non sono riuscito ad affrontare in questi 10 anni, come ad esempio riuscire a viaggiare da solo. Beato un 85 a questo punto! Lato positivo: provate a scalfirmi con qualcosa, difficilmente ci riuscirete adesso. Ho un bel bagaglio di sofferenze sulle spalle.

Emotivo. Mi fisso li ad ascoltare 5 secondi di una canzone particolare. Non le parole, non la voce, non il giro di accordi, non il ritmo, ma quella traccia nascosta che fa solo 3 note e che molti non notano. E ogni volta che ascolto quei 5 secondi per ascoltare quelle 3 dannate note mi vengono i brividi. Nel 2008 trovai un lettore mp3 che ascoltavo da ragazzino. Era in macchina sotto un sedile, e mentre guidavo ho messo le cuffie e… play! Una singola canzone, un assolo, e un viaggio in lacrime mentre urlavo stonato il testo della canzone credendo di saper cantare.

Curioso. E’ anche per questo che sono curioso, per scoprire cose nuove, emozioni e sensazioni nuove, soprattutto in ambito artistico ma non solo. E’ la sete di consocenza che mi porta a fare continue e continue ricerche anche sulle cose più scontate e banali come il funzionamento di una caldaia! Fino ad arrivare al piu complesso codice di programmazione che oltre ad essere l’ambito in cui lavoro è anche una delle mie passioni.

Pessimista. Eh già. Potete immaginare il motivo… quando si mettono tante emozioni e sforzi nel fare qualcosa, e si resta delusi per colpa di qualcosa o qualcuno, vi posso assicurare che è come una pugnalata dritta al cuore senza passare per la pelle. Mi definirei però più realista che pessimista, so tenere i piedi per terra. In qualsiasi caso credo sia meglio pensare alla peggiore delle ipotesi: se si avvera non ne resti sorpreso negativamente, e qualsiasi cosa accada è sempre comunque meglio di quello che ti aspettavi.

E poi ragazzi si arriva indubbiamente a parlare di un argomento che è l’apice dei pensieri e del senso della vità di tutti noi 15: l’Amore. Esiste, non esiste, è bello, è brutto, fa stare bene, fa soffrire. In qualsiasi caso è sempre e comunque un’esplosione incontrollabile, anche per cose piccole. E’ quell’elemento che aumenta l’altezza delle onde di quella sinusoide che descrive il nostro umore. Accettiamo di avere momenti piu belli sapendo che ne avremo anche di piu brutti. Preferiamo stare soli e non volere nessuno e il momento dopo siamo innamorati di quella crediamo sia la donna della nostra vita. Sarà sempre e comunque l’aspetto che ci accompagnerà in maniera prevalente rispetto agli altri per tutto il corso della nostra vita. Quello che ci farà fare le scelte piu importanti, a volte anche le piu stupide. Che ci farà piangere, ridere, ricredere, rimpiangere, saltare dalla gioia per poi cadere in una fossa.

Personalmente odio tutto ciò che non segue un percorso specifico, perchè mi agita. Ma non rinuncio all’amore e non lo farò mai. L’amore è il senso della vita.

Tutto ciò che ho scritto non avrà un filologico ma… questo succede quando si inizia a scrivere senza pensare, iniziando col voler fare un ritratto schematico e finendo per lanciare schizzi di pittura sulla tela. Un pò come quando lo psicologo ti fa una domanda, e tu parli e divaghi per un’ora e mezza. Magari senza neanche dare la risposta a quella domanda.

Questa confusione sono io. Ma probabilmente rispecchia molti di voi. Credo, ecco, circa il 15% di voi.

Ecco cosa significa essere un 15.

 

Un epilogo musicale

Nacque tutto dalla voglia di affermarmi in un campo, possibilmente artistico: essendo una persona emotiva ritenevo che era quello in cui sarei riuscito meglio. Presero vita i DreamWay Tales, non solo una Band musicale ma un modo diverso di crescere e affrontare tante situazioni, di comprendere la vita, le persone e il mondo in vari ambiti. 

Ciò che sono oggi è in parte grazie ai DWT. Ma tutte le cose belle o brutte finiscono prima o poi. Non c’è bisogno di dirvi che la Band si è sciolta o fare annunci, anche perché avete notato da soli che non siamo più presenti né dal vivo né sui social. E poi, voglio dire, non siamo riusciti a dircelo neanche noi 5, lasciando sempre quella vena di speranza in una ripresa che in cuor nostro sappiamo non ci sarà più. 

Oggi ho malinconia quando mia madre si vanta ancora di me e delle canzoni che abbiamo scritto, dei live che abbiamo fatto, scorrendo su e giù tra i video del nostro canale YouTube cercando di far ascoltare più pezzi possibile a chiunque entri in casa nostra. La mia prima reazione è andare via dalla TV, ma la mia casa è piccola e i ritornelli arrivano dritti alle mie orecchie. Ed è lì che mi viene un sorriso, qualche volta accompagnato anche da una lacrima che ci crediate o no. 

Da poco ho ricominciato a prendere la chitarra in mano riuscendo a dissociarla dai DWT. Non è stato facile. 

Epilogo? Eh già. Ormai non credo si possa fare più nulla. Chi è preso totalmente da relazioni interpersonali, chi in ambito professionale sta dando il meglio di se, chi forse ha già dimenticato,  ma con questo articolo voglio esprimere un solo ed unico concetto: gratitudine. 

Grazie DWT per essere stata, non solo come Band, un mezzo di libera espressione. Grazie per avermi regalato emozioni che raramente una persona riesce a provare nella sua vita. Forse anche sommandone due, di vite. Grazie per avermi fatto amare, odiare e amare di nuovo. Non solo la musica. Grazie per avermi insegnato a vivere, a rapportarmi, ad esprimermi. Grazie perché grazie a te mi sento ogni giorno una persona migliore. Grazie per avermi dato qualcosa di entusiasmante da raccontare ai miei nipoti quando sarò vecchio. 

Grazie, per avermi regalato soltanto un’occasione. Un’occasione che ho sfruttato come potevo e che mi ha fatto diventare quel che sono oggi. 

…e tutto quello che ho sognato spero diventi realtà…

  
 

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